- L’originalità tra regole stilizzate, forme universali e un contenuto abusato, questo è il conflitto del narrare
Quante regole, vero? L’arte dello scrivere è un groviglio di paradigmi e modelli aperti che non fanno altro che saturare l’animo sprovveduto dello scrittore, dilettante o professionista che sia, offuscato dalla necessità di essere in linea con le esigenze di mercato a danno del guizzo dell’originalità.
Che fare? Basta essere ribelli e non istruiti? O, comunque, un minimo di preparazione ci vuole? Ma davvero abbiamo bisogno di un “ricettario” per scrivere la storia più bella di sempre?
Ho paura che, tra lo scegliere di essere fuori dagli schemi e il rispettare le regole, la verità stia nel mezzo… come è ovvio che sia.
Gli estremismi, insomma, non fanno mai bene, né l’essere un incurabile sovvertitore né affidarsi totalmente agli stereotipi. C’è bisogno di un’eterogenea qualità per staccarsi dalla massa, c’è bisogno di archetipi esemplari come guida… perché al caso, a prescindere, il comando non deve essere mai lasciato.
E’ questa l’insostenibile leggerezza dello scrittore.
- La “storia” questa socosciuta
La storia di una narrazione deve dare risposte possibili sull’Esistenza: ora ci confonde con la sua complessità, ora si deve rivelare un rituale interiore in cui l’Io-lettore ci si ritrova.
E non deve essere una fuga dalla realtà, ma la sua esplorazione. Una scoperta.
Che dire: deve essere un coinvolgimento avviluppante di emozioni forti, una contorsione, e nello stesso tempo la semplificazione del caos interiore… perchè una storia, se fatta bene, ci deve far riflettere. Facile da capire, difficile da raccontare.
Il vuoto, il grottesco, l’inganno al lettore saranno i suoi punti deboli, mentre la caotica natura umana deve essere la linfa da cui attingere.
