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Tag: dialogo

Pubblicato il 13 Dicembre 202011 Dicembre 2020

“Vivere” è un obbligo o un diritto?

Tempo di lettura: 3 minuti

Dialogo tra Platone e Seneca

di Cosimo Maggio

“Signore e signori all’ascolto di Radio Felicità, buongiorno. Iniziamo il nostro radio-giornale leggendovi la toccante lettera che, oggi, Piergiorgio Welby ha inviato al nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: <<Io amo la vita, Presidente…>>”,

Platone si bloccò; sollevato lo sguardo nel vuoto, rimase in silenzio ad ascoltare. Pochi minuti dopo gli squillò il telefono.

        “Seneca, come stai? Hai sentito della lettera scritta da Welby a Napolitano?”

        “Caro Platone, tu lo sai come la penso. L’ho scritto nella mia Lettera a Lucilio: il bene non consiste nel “vivere”, ma nel “vivere bene”. È la qualità della vita che fa la differenza, non la quantità”, quello si trovava in pieno traffico, che per farsi sentire strillava.

        “Ma dove sei? Si sente una caciara assordante”.

        “Mi senti, ora?”

“Ora sì… ti volevo dire che a me non piace questo modo frivolo di intendere il “vivere”: si perde il senso del fine ultimo dell’Uomo. Non si può violare l’ordine naturale delle cose, voluto da Dio. L’eutanasia è contro natura e contro ragione”, lo disse risoluto, con convinzione.

        “Ma no, no… come al solito, tu confondi l’accadimento inevitabile degli eventi, voluti dal caso e lasciati al caso, con la libertà di scelta che questi eventi accadano se si vogliono far accadere, quando poi accadranno di sicuro. La morte non è una scelta, hai sentito? La morte non è una scelta mentre il “vivere” sì: se morire è inevitabile, perché lasciare al caso il suo momento? Perché non possiamo noi decidere quando? Se all’Uomo è stato concesso di vivere con il diritto di scelta su tutte le sue azioni, decidere sul “vivere” stesso rientra in questi diritti. La vita appartiene interamente al singolo individuo, che liberamente fissa come affrontarla, e, quindi, ne stabilisce le sorti: a lui, e solo a lui, spetta il giudizio e l’azione se riguardano l’Io… non puoi non essere d’accordo su questo punto… ma mi senti?”.

        “Tu dimentichi che “vivere” è un diritto assoluto, non violabile, né patteggiabile: ci appartiene come il più grande dono mai avuto, ma non c’è concesso rifiutarlo. Insomma, una volta concessa, la vita diventa un dovere, questo io penso. Tu invece che faresti? La scambieresti con il diritto alla libertà di decidere se accettarla oppure no? La libertà di “Negare la vita” è incompatibile con la “vita” stessa, sappilo. La vita è sacra, sempre e comunque”.

        L’altro sbuffo: “Parli sempre per slogan?”

        “Dico solo come stanno le cose: tu invece interpreti a tuo comodo i fatti”.

“Allora dimmi: è giusto avere e perpetrare una vita fatta di infelicità, dolore, negatività, delusioni, malattie e tragedie, in schiavitù o nel buio del disprezzo e dell’isolamento? Ti sembra ragionevole vivere una non-vita? Rispondi a questo. E poi, non sopporto proprio la filosofia di quel rodiese, Telesforo di Rodi, che quando mi vede mi grida <<finché c’è vita c’è speranza>>, e sghignazza sotto i baffi… non si può, e non si deve, vivere a tutti costi; non si deve svendere la propria vita a qualunque prezzo, solo perché siamo obbligati a respirare… e poi, obbligati da chi?”.

        “A guarda: ti concedo il senso di prigionia, ma è per l’uomo superficiale; e credimi se ti dico che non è lecito liberarsi da soli: il suicidio, o chiamalo come vuoi, è un atto empio, insensato e da stolti”.

        “No, ti sbagli: è l’infelicità che è empia… ingiusta, intollerabile, malsana, pericolosa… mortale. Quindi: se la vita ti piace, vivila; altrimenti, decidi cosa ne vuoi fare, perché è un tuo diritto decidere… pronto, pronto, pronto… ma guarda te: ha esercitato il diritto di riattaccare”.

[Liberamente tratto da: Abbagnano N., Fornero G. “Filosofia. La ricerca del pensiero“, vol. 1b, Paravia-Pearson]

Pubblicato il 22 Giugno 202010 Ottobre 2020

Dio esiste? L’emblematica vicenda di un teista, di un ateo e di un agnostico

Tempo di lettura: 3 minuti

Dialogo tra Anassagora, Democrito e Protagora

di Cosimo Maggio

Il treno rallentò.

        Una voce all’altoparlante interno annunciò l’imminente arrivo. Anassagora sospirò. Guardava fisso oltre il vetro del finestrino. Tutto sembrava corrergli incontro:

        – “La bellezza, l’ordine… come fate, voi altri, a dire che non esiste?”, si girò verso i due amici. Aveva parlato già un quarto d’ora, e non voleva mollare. “Ditemi, come fate? Egli è un Architetto, un Orologiaio, un Ingegnere, un Chimico… un Dio, insomma… come fate a non credere alla sua esistenza? Tutto parla di lui”, ritornò a guardare oltre il finestrino. Il treno continuava a rallentare. “La realtà trascende l’uomo… tutto parla di Lui, del nostro creatore”.

        Democrito, intanto, finito di mangiare il suo sandwich, arrancò una manciata di bruscolini che teneva gelosamente nascosti nella giacca del soprabito, e iniziò a sputare le bucce al lato, sulla moquette del corridoio. Sbottò:

        – “Il solito sentimentale”, si strofinò la bocca con la manica del giaccone. “Conosci prove valide che dimostrino che hai ragione, o parli per sentito dire? Il Tutto, come dici tu, parla per sé stesso: è chimica, fisica, biologia… è tutta roba che si spiega da sola… è materia in movimento, cinica, aleatoria, divoratrice di verità nascoste ma del tutto conoscibili, e le conosceremo prima o poi. Ecco cos’è che vedi: è solo materia tranquillamente accessibile alla ragione umana”, abbassò i toni e se lo disse tra sé: “è solo materia, fredda materia dura come la testa di questi”, sghignazzò. Poi, riprese a tono forte, strillò a tal punto che lo sentirono in tutto il vagone: “Ci sarà un giorno che l’uomo riprodurrà ogni cosa in un laboratorio, reale o divina che sia questa cosa.. e allora, a che sarà servito il vostro Dio?”, si girò verso il terzo, che tenendo gli occhi socchiusi tentava di rilassarsi con respiri profondi. “Tu, Protagora, cosa ne pensi?”, lo disse calmo e si riempì di nuovo la bocca di sementi.

        – “…che avete torto tutti e due”, sospirò e aprì gli occhi, se li fissò. “Mi pare che la questione sia abbastanza chiara”, si raddrizzò sulla poltrona della carrozza, che ormai aveva preso la forma del suo grossolano sedere: “in primis, non abbiamo bisogno di un’intelligenza soprannaturale per spiegarci le cose; in secundis, nessuno, e dico nessuno, è certo che non esista questo Dio. Quindi, ditemi come fate voi a essere così stupidi da rimanere cementati sulle vostre posizioni? L’uno è convinto che esiste, l’altro che non esiste”, si sgranchì il collo facendo roteare la testa. “Su Dio non sappiamo nulla, e nulla possiamo dire, cari amici miei”, si risistemò rigirandosi dall’altro lato, e si rimise a sonnecchiare.

        Il treno rallentò a tal punto che si fermò. Anassagora alzatosi abbassò il finestrino e infilò la testa verso l’esterno per vedere meglio. Rientrò senza averci capito nulla:

        – “Che sarà successo? Siamo in mezzo alla campagna, e non c’è anima viva intorno”. Si risedette.

        – “Fatalità? Caso? Progetto divino? O è solo l’irresistibile dinamica del possibile? Chi è capace di rispondere? Insomma, perché siamo fermi? Saremmo dovuti già arrivare”, Protagora si era ravvivato, ma solo per pochi secondi. Guardò l’orologio e si ammutolì di nuovo.

        – “E secondo voi com’è nata la materia? Chi ha acceso la miccia?”

        Democrito sbuffò:

– “Ancora, ancora… ancora fantasie inverosimili: usate il cervello. Babbo Natale non esiste. Non abbiamo bisogno di una mente divina per creare la materia: basta una fornace atomica… uno si mette lì, fa l’impasto acqua e sabbia e inforna, come una bella torta”.

        – “Sei il solito populista”, scosse la testa. “Balbetti un pensiero semplicistico, spari quattro battute, e ti sembra di aver detto tutto quello che c’era da dire; ma dimmi, come è nato il tutto? E non come lo ricreiamo… questo ti chiedo”, Anassagora sembrò stizzito.

        – “E io ti chiedo di più: le tue idee, come sono nate? Non mi dire che è stato Dio a suggerirtele!”, Democrito si allungò la piccola coperta, che aveva di lato, sulle gambe raggomitolate, e socchiuse gli occhi: “chiudete quel finestrino, che fa freddo”.

        Anassagora continuava a scuotere la testa e più volte, ma non disse oltre. Protagora aveva già iniziato a russare.

        Il treno ripartì lentamente.

[Liberamente tratto da: Abbagnano N., Fornero G. “Filosofia. La ricerca del pensiero“, vol. 1a, Paravia-Pearson]

Pubblicato il 17 Giugno 202010 Ottobre 2020

Si fa il “Male” per ignoranza o perché si è malvagi?

Tempo di lettura: 2 minuti

di Cosimo Maggio

Dialogo tra Socrate e Platone

– “So quello che dico, e lo dico con convinzione: il ladro ruba e l’assassino uccide, non perché sono cattivi, ma perché ignorano”, si accese il sigaro, ne ingurgitò una boccata profonda e sparò fuori un puzzo di fumo, che l’altro tossì. Sorrise.

– “L’uomo è malvagio, caro mio professor Socrate”, lo disse strozzato e con le lacrime agli occhi, tossì di nuovo. Prese un fazzoletto dalla tasca del panciotto e si asciugò il viso, ingurgitò veloce un sorso di whisky. Posò il bicchiere sul tavolino. “E’ un problema di volontà… diciamo un difetto di volontà, ma non certo un difetto di ragione, come dici tu”, fece un respiro profondo. Continuava a rigirarsi sulla sedia scomoda.

        Socrate, intanto, se lo gustava. Gli passeggiava davanti e continuava a sorride. Si rimise il sigaro in bocca e ne cacciò un fumo più intenso. Si piegò su quello, tornò all’attacco.

        – “Non mi convinci, sai. Il difetto della ragione c’è: si percepisce, ma l’uomo compie il male perché lo confonde con il proprio bene. Questa è la più ovvia conclusione”, si tirò su. “Egli pensa che quella azione, che gli altri giudicano come una cattiva azione, sia per lui una buona azione: ciò trova giustificazione nel fatto, penso, che ha una razionalità limitata che non va oltre il proprio naso. L’uomo non è di per sé cattivo, è solo inconsapevole, e tu, dottor Platone, dovresti saperlo bene: è l’azione che è cattiva, non l’individuo che l’ha compiuta”. L’altro intanto provò ad allungare le gambe sul poggiapiedi di pelle, e se le sgranchì con un movimento non naturale. La sedia sembrava sempre più scomoda.

        – “Beh, in questo modo è facile giustificali”, Platone non sembrava convincersi. “Tu riesci ad assolverli ancor prima che loro abbiano commesso il delitto. Io dico invece che l’uomo è dal fondo malvagio, e che la sua malvagità dipende da un difetto della debole volontà. La sua scelta di fare il male è una scelta consapevole, che persegue irresistibilmente perché è debole. È come se fosse trascinato da un primitivo impulso irrazionale che vince sulla coscienza, sulla razionalità, sull’altruismo, sul comportamento etico. E la cosa più interessante, amico mio tienila bene a mente, è che la cattiveria è una scelta voluta. È come se fosse una perversione delle proprie possibilità; non la subisce perché inconsapevole ma la decide e basta”, Platone troncò quasi stizzito. Si alzò finalmente e si diresse verso la porta. “L’uomo va giudicato sì per le sue cattive azioni, ma va condannato perché è predisposto ad esse… consapevolmente”, uscì dalla stanza sbattendosi dietro la porta.

        – “Povero pazzo, sei solo un povero pazzo isterico”, spostò la tendina della finestra, chiuse gli occhi, si rimise il sigaro in bocca.

[Liberamente tratto da: Abbagnano N., Fornero G. “Filosofia. La ricerca del pensiero“, vol. 1a, Paravia-Pearson]

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